Unione dei Monasteri delle Benedettine Camaldolesi

monache benedettine

Le monache benedettine camaldolesi vivono in monasteri legati fra loro in una unione fraterna denominata « Unione dei monasteri delle monache camaldolesi dell’Ordine di San Benedetto». La loro vita è caratterizzata da semplicità, solitudine e austerità, così che in monastero, nella preghiera e nel lavoro, la monaca possa realizzare la sua esistenza nella comunione con Dio e in unione a tutte le sorelle che compongono la comunità.

Ciascuna monaca, impegnata nel quotidiano lavoro come richiede la sua condizione di cristiana e di consacrata, apre il suo cuore all’ascolto vigile della Divina Parola, sostegno della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne di vita spirituale; vive intimamente unita a Cristo nella celebrazione del Mistero Pasquale.

La comunità monastica inserisce le monache nelle diverse Chiesa locali, in cui vivono e nelle quali si manifesta il mistero delle Chiesa.

I monasteri retti da una abbadessa possono essere o sotto la guida del vescovo diocesano o sotto quella del Priore Generale della Congregazione Camaldolese dell’O.S.B. 

Ha scritto recentemente una monaca camaldolese:

Parlare del monachesimo femminile camaldolese oggi nella celebrazione del suo millenario, mi sembra sia necessario farlo a partire da alcune considerazioni che già vent’anni fa Raimon Panikkar, il grande studioso teologo e filosofo delle culture di oriente e occidente esprimeva:

« La mentalità monastica contemporanea cerca una spiritualità che non sia esclusivamente “spirituale”. Vuole integrare, non escludere tutti i parametri spazio- temporali dell’esistenza umana. La sua categoria fondamentale è la trasformazione, la metamorfosi, la trasfigurazione » (R. Panikkar, La sfida di scoprirsi monaco, Cittadella Editrice, Assisi 1991, p. 93).

Si può dire che proprio partendo da queste considerazioni, l’esperienza monastica femminile camaldolese, si è sempre caratterizzata per le diverse possibilità di incarnarsi nelle differenti culture: Tanzania, Brasile, India, America, Polonia, Francia e anche all’interno della nostra stessa Italia, ci sono modalità plurime di rendere vivo ed attuale il carisma romualdino, basti pensare alle comunità più storiche come Poppi, Pratovecchio, Faenza, o a Contra, un priorato invece legato al monastero di S. Antonio (Roma), a Valledacqua, una residenza del monastero romano e a Monte Giove, un esperienza ancora molto iniziale.

Un pluralismo che non significa riconoscere molti modi (pluralità), ma definisce molte forme per ottenere lo stesso obiettivo, per uno stile che ci apre ad una visione ampia, riconoscendo obiettivi comuni che ci permettono di personalizzarli, attualizzarli nei diversi luoghi.

Oggi è necessario pensare la vocazione e la vita monastica come una dimensione e un archetipo dell'uomo e della donna di ogni tempo e di ogni cultura, probabilmente irriducibili a ogni tentativo di istituzionalizzazione perché il processo di conversione non è un criterio di riflessione, e neppure un desiderio di Dio o di altro; ma è il risultato di un'esigenza, frutto di un'esperienza che ci porta a mutare, e alla fine anche a rompere qualcosa nella nostra vita, per amore di quella "cosa" che tutto abbraccia o trascende, e che ha tanti nomi quante sono le esperienze religiose.