Dedicazione della Chiesa dell’Eremo di Camaldoli

Dedicazione della Chiesa dell’Eremo di Camaldoli


Omelia dell’Arcivescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro Riccardo Fontana +++ 23 agosto 2012

La Santa Chiesa è adunata quest’oggi per fare memoria della dedicazione di questo tempio al SS.mo Salvatore. Su questo sacro monte gli antichi discepoli di San Romualdo vollero che si facesse nei secoli esperienza della Trasfigurazione del Signore, perché si ripetesse nel tempo l’invito a contemplare il volto di Gesù, non già rivolto solo a Pietro Giacomo e Giovanni, ma alla Chiesa intera che da quei primi testimoni, divenuti Apostoli, ha preso forma e vita, ad opera della divina misericordia.
In questi recessi boscosi dell’Appennino, la nostra Chiesa diocesana, ricalcando i passi del mio antico predecessore, Guglielmo degli Azzi, torna a visitare la comunità di Camaldoli, grata a Dio per il dono della Congregazione Benedettina, che è modello e icona del progetto che Dio ha su di noi e nei secoli è stata baluardo credibile di santità e di ministero, evangelizzando le nostre valli e civilizzando con la presenza dei monaci il territorio intero.

1. Il segno del tempio.

Il Signore ha piantato una tenda in mezzo a noi, che è la sua santa umanità, perché avessimo un luogo di incontro per rendere il vero culto al Padre nello Spirito. Nella logica dell’incarnazione, la presenza del tempio in questo luogo di contemplazione esprime la nostra volontà di farci tutt’uno con gli abitanti della terra, perché, mediante l’ascolto interiorizzato del Vangelo, tutti possano diventare cittadini del Cielo. L’edificio, che è sacro perché destinato a contenere il corpo di Cristo che è la sua Chiesa, ha una sua capacità evocativa per tutti. E’ il monumento che aggrega quotidianamente gli Eremiti, e riesce ad ammonire i pellegrini in cerca di pace, in ogni tempo, circa la fede dei padri. Interpella i Camaldolesi di oggi chiedendo, ad ogni coscienza d’uomo, se ha raccolto il carisma della prima comunità e la fede nella bontà del Signore.
“Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?”, seguita a raccontarci con meraviglia Salomone. Dio è in mezzo al suo popolo, torna a dire ogni mattina il profilo di questa Chiesa, cara a quanti amano la dimensione soprannaturale dell’esperienza cristiana. Segna l’immagine plastica di Camaldoli, città dello spirito, che i Papi fin dal Medioevo vollero effigiata nel Palazzo Apostolico, nel luogo stesso dove il Concistoro dei Cardinali, attorno al Papa, è chiamato a prendere le supreme decisioni per il bene della Chiesa. Questo Sacro Eremo è come l’eco figurato della preghiera dell’Adsumus con cui chiedere illuminazione e saggezza: “Adsumus, Domine Sancte Spiritus, …veni ad nos, adesto nobis; dignare illàbi cordibus nostris: doce nos, quid agamus; quo gradiamur ostende; quid efficiamus, operare. Esto solus et suggestor, et effector judiciorum nostrorum”
Il tempio vivo, dove abita il Dio della preghiera di Salomone che abbiamo ascoltato, è questa Chiesa, di cui l’edificio è solo il contenitore. E’ la fede dei piccoli e dei poveri, di quanti non presumono di poter fare a meno del Signore, che assicura il nostro comune accesso a Dio e fa del nostro popolo, attraverso la mediazione orante dei monaci, una significativa porzione di Chiesa: “Di sera, al mattino e a mezzogiorno… egli ascolta la mia voce”. La Liturgia è il tempo della benedizione e del memoriale. Il tempio è lo spazio deputato alla relazione dell’uomo con Dio. Ciascuno di noi è chiamato a uscire dal banale e recuperare il senso dell’appartenenza al popolo di Dio. Il nostro agire diventerà soprannaturale e credibile attraverso la ferialità vissuta alla presenza di Dio, nel silenzio e nella intercessione. Il tempo che va tra la Resurrezione del Signore e il suo ritorno è tempo della Chiesa. E’ la dimensione della pazienza di Dio che ci salva, attendendo che ogni nave approdi al porto della misericordia. L’assemblea che “conviene” per divenire Chiesa è icona vivente del progetto di Dio a cui tutti vogliamo riferirci: l’ascolto della Parola ci trasforma a immagine del Cristo: fa svanire l’egoismo che c’è in noi, perché prevalga la carità. In questo luogo si impara a benedire, a chiedere perdono, a confessare la propria fede, a fare l’eucaristia e a ricevere i santi doni dello Spirito.
Come insegnano i Padri d’Oriente, “il tempio è duplice perché doppia è la natura di Cristo: divina e umana. Una non si vede, l’altra si vede. Adombra il mistero della Trinità la cui presenza è inaccessibile, ma tuttavia è conosciuta per la potenza e la provvidenza”

2. Concittadini dei santi

“Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù”, ci ammonisce l’Apostolo“. “E’ proprio vero che Dio abita sulla terra”8, dice questo tempio a tutti noi, con il linguaggio dell’affetto che lega la comunità Camaldolese di oggi ai santi monaci che sostarono prima d’ora tra questi scranni: questo edificio, cuore dell’eremo, riesce a evocare le immagini di un glorioso passato e anticipare il segno della città murata e turrita che ci attende alla fine del tempo, la Santa Gerusalemme del Cielo.
“E’ possibile incontrare Dio”, dice questo tempio alle centinaia di migliaia di pellegrini in cerca del senso della vita che si aggirano ogni anno nelle nostre valli e in questa che è la casa dei figli di San Benedetto, perché possano diventare cittadini del Cielo.
Il segno del tempio evoca alla mente la necessità di convertirci ogni giorno sempre più a Cristo Gesù: “Egli è la nostra pace, colui che ha fatto dei due popoli un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo” Questa è per eccellenza la casa dell'ascolto, perché la parola meditata nel silenzio della cella, possa poi divenir fruttifera. Il luogo che i padri predisposero per noi perché ciascuno vi ascolti la voce di Dio, che risuona nella Bibbia e nei cuori attraverso il ministero della Parola.
E’ la casa dell'Amen. Siamo qui per rinnovare il patto con il Signore: quanti sono oggi convenuti, l’intera Chiesa diocesana a mio tramite, le comunità monastiche sparse nel mondo: siamo disposti a rinnovare il patto con il Signore, sull'esempio di chi ci ha preceduto?

3. Adorare Dio in spirito e verità

Le ragioni della storia ci fanno risalire nel tempo per rivisitare le nostre radici, quando il Vescovo di Arezzo benedisse la presenza dei figli di San Romualdo in questo stesso luogo. L’ecclesiologia di comunione, tanto cara ai nostri santi, ci tiene uniti ancor oggi per dare a tutti il segno della concordia e della pace, che non sono solo proclamate, ma intimamente vissute. Questo tempio ha il ruolo di evocare l’unità che ci lega a Cristo e tra di noi.
Il Vangelo ci ha appena ricordato che il tempio in cui adorare Dio, non è un luogo fisico, ma il suo stesso corpo da rispettare e onorare, la sua Chiesa: ”Egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu resuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e cedettero alla Scrittura e alla Parola detta da Gesù”. Neppure Gerusalemme ha alcunché di superiore agli altri luoghi della terra, sulla parola stessa di Gesù. Il tempio da tenere mondo e puro, da abbellire incessantemente con il nostro impegno, è la coscienza della nostra interiorità. E’ il luogo dove incontrare Dio, “in spirito e verità”.
Nel giorno della dedicazione, ci è chiesto di rivisitare il tempio interiore, per vedere se fummo capaci di misericordia, se le nostre azioni manifestarono la nostra natura di figli nel Figlio. Alla tradizione Camaldolese la Chiesa aretina deve il suo principale segno di devozione, ancor oggi vivissimo: la Madonna del Conforto. Salendo in questo Sacro Eremo voglio esprimere la gratitudine per il fiume di Grazia che, grazie a Voi, venerati e cari Monaci, ancora gorgoglia generoso nella nostra comunità ecclesiale. Maria, portando a compimento ciò che era stato prefigurato dai Patriarchi “interviene incessantemente per noi presso il Figlio” suo per la salvezza del popolo, che ricorre a lei fiducioso nelle tribolazioni e nei pericoli. E’ la regina clemente, esperta della benevolenza di Dio. E’ madre della misericordia, perché ci ha generato Gesù Cristo, che è la misericordia visibile dell’invisibile Dio misericordioso.

Alla Madre del Signore affidiamo questo millenario, perché sia provvida occasione di rinnovamento nella continuità e di ringiovanimento nello Spirito.


Arcivescovo Mons. Riccardo Fontana.

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